|
Non
technical articles Giovanni Di
Bartolomeo gdibartolomeo@unite.it |
||
|
|
June 2004 Meno
tasse o mercati efficienti per rilanciare lo Stato Sociale? G. Di Bartolomeo e M. Ottaviano* In Italia il dibattito sulla riduzione
dell’imposizione fiscale è un argomento di grande attualità. La
riduzione era un punto cruciale della promessa elettorale del 2001. Oggi
torna alla ribalta probabilmente anche come politica di rilancio del governo
in vista della prossima tornata elettorale. In quest’ottica, infatti,
mentre molto si dibatte sulle modalità del taglio delle tasse (ad esempio se
tagliarle dal basso o dall’alto, partendo dunque dai redditi più bassi
o più alti), poco si dice sui costi potenziali di tale riforma. A tutti è evidente che ad un taglio delle tasse
corrisponde un’immediata riduzione del gettito fiscale. D’altro
canto, il governo evidenzia il potenziale stimolo propulsivo del taglio delle
imposte come il meccanismo risolutore del vincolo di bilancio in una sorta di
“meno tasse, più crescita e reddito,
più entrate”. Il fondamento economico che il governo porta a sostegno
di questa affermazione non è, tuttavia, molto chiaro. La “proposizione meno tasse più crescita”
si fonda su due antitetici meccanismi economici alternativamente richiamati. In primo luogo, essa è giustificata in base alla
considerazione secondo la quale a fronte di una diminuzione
dell’imposizione fiscale si determinerebbe un consistente aumento del
volume dei consumi e del reddito nazionale (per via dell’aumento del
reddito disponibile) con un conseguente aumento delle entrate statali in
grado di coprire i tagli. Una tale politica non è altro che espressione
dell’applicazione delle politiche della domanda secondo la teoria
keynesiana nella sua forma più estrema, ossia politiche della domanda rivolte
a bilanciare uno squilibrio strutturale e non ciclico. Tale politica
giustificherebbe i tagli dal basso, poiché i percettori di redditi più bassi
hanno una propensione al consumo maggiore. Tuttavia, il supporto empirico
riguardo all’efficacia e all’ampiezza degli effetti di questa
manovra estrema è piuttosto debole. D’altro canto, esso viene spesso giustificato
sulla base di una visione economica opposta. Una diminuzione sostanziale
dell’imposizione fiscale implicherebbe un vincolo credibile nella
riduzione della spesa pubblica e di conseguenza uno spostamento di risorse
dal settore pubblico a quello privato. Questo spostamento dovrebbe favorire
la crescita, sotto l’ipotesi di una sostanziale maggiore produttività
del settore privato rispetto al pubblico. Una tale politica è chiaramente una
politica dell’offerta sostanzialmente opposta rispetto alla politica
della domanda keynesiana sopra descritta. Riguardo alla superiorità della produttività del
settore privato rispetto a quello pubblico, nel nostro paese è
tutt’altro che evidente un grande differenziale, a causa delle
dimensioni ridotte delle imprese e delle strutture di mercato poco
concorrenziali, ma molto legate alle rendite di posizione. Gli ultimi eventi
hanno dimostrato che i grandi gruppi industriali sono più inclini a distruggere
che a creare ricchezza (vedi Cirio, Parmalat). Un ulteriore segnale in senso negativo sulle
possibilità di una politica di tipo Reganiano lo invia la stessa
Confindustria, che sottolinea la situazione di grande difficoltà in cui vive
la grande impresa. L’ultima presidenza ha tentato il rilancio
dell’industria italiana attraverso un più manifesto sostegno al
governo, ma tale scelta ha indebolito il potere contrattuale della stessa,
che ha visto disattese diverse proprie aspettative. Diversamente la piccola impresa
è alle prese con problemi di altra natura, ma ugualmente rilevanti, come la
carenza di investimenti nel settore della ricerca, la difficoltà di accedere
al credito, e simili. Gli studi sugli effetti di politiche dell’offerta
nel contesto Italiano non sono molti. Un’eccezione è una ricerca di
Daveri e Tabelloni** della Bocconi. Questi economisti hanno evidenziato come
una manovra di sostegno della crescita basata sul taglio delle tasse debba
fondarsi sul mantenimento del bilancio in pareggio, e quindi sul taglio della
spesa, per essere efficace. I limiti dell’ambigua proposta del governo sono
evidenti e nel migliore dei casi comporterebbero nel medio periodo riduzioni
dello spesa pubblica e, quindi, dello stato sociale oppure incrementi della
tassazione maggiori dei tagli iniziali. Queste politiche più che mirare a risolvere i gravi
problemi del nostro paese (sfida con la globalizzazione,
internazionalizzazione dei mercati, impoverimento e mantenimento della
competitività), sembrano essere mere manovre di ciclo elettorale, che
notoriamente traslano i loro costi in periodi futuri a fronte di temporanei
benefici correnti. L’effetto di queste politiche populistiche ed
irresponsabili in termini di perdita di occasioni e di distruzione dei
meccanismi di garanzia del benessere cittadino possono essere altissimi. I problemi italiani, come sottolineato
dalla maggior parte degli economisti, sono, infatti, antichi e legati a
distorsioni strutturali più che all’andamento del ciclo economico
e necessitano, quindi, di politiche
coraggiose, che, diversamente dai tagli populistici, possono diventare
impopolari. L’Italia, per mantenere la propria competitività
e livello di benessere in un ambiente sempre più competitivo e globalizzato,
in cui il ruolo e l’importanza economica delle singole nazioni è
soggetto a mutamenti come mai in precedenza, necessita non di meno tasse, ma
di riforme strutturali, che devono essere disegnate in modo da incrementare
l’efficienza eliminando le sacche di distorsione. Queste politiche vanno a scontrarsi con interessi
stratificati di gruppi sociali e quindi tendono a diventare impopolari e
possono comportare tensioni sociali, se non ben disegnate. In
quest’ottica il gettito della tassazione può fungere da strumento per
rendere percorribili politicamente le riforme stesse. La vera sfida per il
sistema Italia consiste, infatti, nel rendere politicamente sostenibili tale
riforme. Per mantenere lo standard di benessere attuale è
necessario l’abbattimento delle distorsioni, dei privilegi e delle
condizioni di monopolio nei settori del:
1.
Lavoro;
2.
Credito; 3.
Distribuzione/produzione. Le manovre di riforma in questi settori devono
procedere parallelamente in modo da non creare tensioni sociali. Non si può parlare
sempre e solo di riforma del mercato del lavoro, che probabilmente tra questi
mercati è il settore più flessibile e meno rilevante (basti pensare al
credito) per lo sviluppo. Una piano di riforma basato unicamente sul mercato del lavoro potrebbe rivelarsi la
miccia per innescare un violento processo di scontro sociale in un mercato
del lavoro in crisi d’identità. Attraverso la concertazione politica e la
contrattazione collettiva, il sindacato si trova in una condizione dominante
in grado di compensare la minor forza contrattuale dei singoli lavoratori nei
confronti dei loro datori. Tale posizione è oggi, però, legata ad una carenza
di rappresentatività (dal momento che il sindacato annovera tra i suoi
iscritti per lo più pensionati e lavoratori prossimi alla pensione o
appartenenti a fasce protette) che ha le sue origini nelle trasformazioni del
mondo della produzione e nelle scelte passate dei sindacati. Mentre, dopo le
recenti riforme di “flessibilizzazione” del mercato del lavoro, esiste
una larga fascia disagiata di occupati e occupabili che ha difficoltà a
trovare un referente istituzionale per le proprie istanze. Occorre fare in modo che il processo di
flessibilizzazione nei settori produttivi e del credito proceda più
velocemente per compensare gli squilibri della flessibilità del mondo del
lavoro. In particolare, è opportuno rilevare che il settore del credito
produce un prodotto insufficiente, di difficile accesso e inefficiente. Ugualmente, il mondo della produzione e distribuzione
appare stratificato nelle mani di piccoli e grandi operatori dotati di un
grande potere di monopolio, a causa dell’esistenza di cartelli, spesso
sostenuti da una legislazione carente, che contribuiscono in maniera
sistematica alla crescita dei prezzi, come gli effetti dello shock, dovuto
all’abbandono della lira, hanno dimostrato. D’altro canto le riforme strutturali andando ad
incrementare l’efficienza aumentano il benessere dei cittadini, ma
riducono i redditi dei gruppi privilegiati. Interventi in tale direzione non
bilanciati rischiano di provocare un’iniqua sperequazione nei redditi
ed un inasprimento dei toni della dialettica sociale (soprattutto quando si
parla della riforma del mercato del lavoro), scontrandosi per di più con
organizzazioni e fasce sociali per niente inclini ad un ridimensionamento del
proprio ruolo sul mercato e dunque tali riforme, come tutte quelle di tipo
strutturale, risulterebbero affatto accettate dal corpo elettorale. Sono quindi necessarie, al fine di rendere le riforme
sostenibili ed eque dal punto di vista distributivo anche nel breve periodo,
politiche di sostegno alla perdita del potere d’acquisto, soprattutto
per le fasce di reddito basse, vincolate a riforme di tale inclinazione. Si
parla dunque di politiche volte ad accompagnare senza traumi la perdita della
condizione di “privilegio” per determinati gruppi sociali. In
questo senso, uno sviluppo mirato del terzo settore potrebbe rappresentare
un’azione in grado di rendere politicamente sostenibili le riforme mediando
tra opposti interessi. Un tipo di
mix di questo genere potrebbe risultare nella: realizzazione di riforme
strutturali (dunque di ampio respiro, con una proiezione di benefici nel
lungo periodo) volte a perseguire:
1.
Il livellamento delle iniquità sociali
(conseguenza dell’odierna flessibilità del lavoro)
2.
Efficienza dei mercati (quindi la
possibilità di produrre beni o servizi ad un prezzo inferiore, per
cui a parità di spesa sociale risulterebbe un incremento di tipo quantitativo
o qualitativo dei servizi sociali) e garantire un maggiore accesso
ai mercati del credito per sviluppare capitale umano e ridurre i costi
delle famiglie, riguardo affitti ed acquisti di immobili, beni di
primaria necessità.
3.
L’aumento della protezione sociale
in una chiave di lettura in linea con quella proposta nella strategia
di Lisbona, troppo tiepidamente seguita nei fatti dai governi europei,
come sottolineato recentemente anche dal Presidente della Commissione
Romano Prodi, a dispetto delle dichiarazioni sempre più ambiziose. Negli ultimi vent’anni il Welfare
in Italia ha subito innumerevoli processi di riforma di cui solo due sono
state di tipo strutturale. Se ne deduce una lezione per la quale le riforme
in Italia si fanno, ma non seguendo quell’approccio integrato
(all’analisi dei problemi), che invece donerebbe maggiori benefici nel
lungo periodo, anche per coloro che, nel breve periodo, possono sembrare
penalizzati da scelte poco gradite o impopolari. In questo senso, investire
sulla riforma dello stato sociale parallelamente alla modernizzazione della
struttura economica rappresenta un investimento nel lungo periodo. (*) Giovanni Di Bartolomeo è ricercatore di politica economica
all’Università di Roma “La Sapienza”. Manuel Ottaviano è
ricercatore del Patronato ACLI presso la sede di Bruxelles. (**) Daveri F. e G. Tabellini, “Unemployment, growth and taxation
in Industrial Countries”, Economic Policy, 2000, 47-101. |
|